Asini, ma non solo. La buona compagnia che fa bene

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Patrizia Reinger Cantiello è una vulcanica e competente educatrice professionale che da tempo lavora con gli asini  nelle pratiche terapeutico-riabilitative presso il Fatebenefratelli di Genzano di Roma. È lei che ha curato L’asino che cura. Prospettive di onoterapia (Carocci Editore, 2009, pagg. 160, € 16,80), che si compone di due parti: la prima di riflessioni e l’altra di esperienze. “Abbiamo attaccato l’asino ‘vissuto’ – scrive la curatrice nell’introduzione riferendosi al detto popolare ‘Attaccare l’asino dove vuole il padrone’ – alle considerazioni accademiche che ci consentono la riflessione sul lavoro svolto e la sostanziano”.

Il libro è dunque un tentativo ben riuscito di porre in dialogo le pratiche terapeutiche con il mondo della ricerca nel solco di un progetto interdisciplinare promosso dai pubblici poteri e partecipato dai protagonisti – di cui si avverte sempre più la necessità – per mettere in rete e validare le esperienze in vista di un riconoscimento dell’onoterapia da parte della comunità scientifica e del sistema sanitario nazionale. E’ per questo che le riflessioni sono di studiosi di diverse discipline che da tempo svolgono ricerche sui percorsi terapeutici con l’asino.

Le riflessioni

Massimo Frascarelli approfondisce il ruolo dell’ambiente nello sviluppo  biologico e psicologico di un individuo, descrivendo le diverse tipologie ambientali e le modalità con cui esse operano nei casi patologici, tra cui l’inserimento di animali nel setting terapeutico-assistenziale.

Ugo Corrieri offre un excursus storico affascinante sui rapporti degli esseri umani coi lupi e con gli animali in genere e sull’importanza di tali relazioni nell’evoluzione della specie umana e si sofferma sulle moderne teorie neurobiologiche, riguardanti i meccanismi che rendono possibile lo scambio tra le due specie, per concludere con l’illustrazione di alcuni casi in cui la specifica relazione con l’asino produce una sorta di reazione enzimatica che permette, ad una persona in difficoltà, il cambiamento.

Eugenio Milonis presenta la relazione che un singolo soggetto instaura con un altro individuo indipendentemente dalla specie come un’esperienza di comunicazione unica e il disturbo psichico come perdita della capacità di sentire emotivamente; in tale quadro, colloca la funzione dell’asino – con la sua dotazione straordinaria di affettività – come facilitatore della comunicazione nel rapporto che si instaura fra utente-operatore-asino e, dunque, come agente di cura.

Gianluigi Giovagnoli si sofferma sui caratteri che accomunano l’uomo all’asino, sulla loro condizione di animali sociali, sulle comuni strutture socio-neuro-endocrine e sulla capacità che la condivisione emotiva tra asino e persona umana manifesta nel conservare quell’equilibrio psico-neuro-endocrino- immunologico alla base della nostra salute e qualità della vita.

Isabella Poggi e Patrizia Reinger Cantiello, partendo da un modello della mente, delle emozioni e dell’interazione sociale elaborato nell’ambito delle scienze cognitive, tentano di offrire una spiegazione del fatto che l’onoterapia funziona coi pazienti psichici che hanno in cura.

Le esperienze

 Nella seconda parte sono presentate diverse esperienze riguardanti i percorsi terapeutici con l’asino, quali l’integrazione tra onoterapia e videoterapia presso l’Istituto S. Giovanni di Dio di Genzano di Roma, il trattamento dei disturbi del comportamento alimentare presso il Centro di educazione equestre Lago di Cogliandrino, la prevenzione del disagio minorile presso l’Associazione Il Tetto Casal Fattoria ONLUS di Roma, la verifica degli effetti terapeutici-riabilitativi dell’onoterapia presso il Centro di riabilitazione equestre Villa Buon Respiro di Viterbo, l’onoterapia applicata nella riabilitazione dell’adolescente colpito da diversi disturbi presso la cooperativa sociale Piccolo Carro di Assisi, il percorso ludico-educativo “Stiamo insieme” proposto dall’Associazione Ippolandia ONLUS e realizzato con gli anziani delle case di ospitalità di Castelraimondo e di San Severino Marche, i momenti trascorso con gli asini del maneggio di Bavari (Genova) da parte degli ospiti del Centro residenziale di Murta (Genova), il progetto di circolo di studio con l’asino sostenuto dalla Provincia di Genova, progetto formativo finanziato dal Fondo sociale europeo dal titolo “Asini ma non solo” e realizzato dalla cooperativa sociale Gli Amici di Sari di Bolzano,  l’attività con un’asina presso la comunità alloggio per disabili fisici e psichici Spigariol-Minatel di Breda (Treviso), il progetto di fattoria solidale “Prospero” realizzato dall’Associazione di volontariato Farsi Prossimo ONLUS di Fermo (Ascoli Piceno), l’attività presso il podere Zabina di proprietà del Comune di Castel S. Pietro Terme (Bologna) svolta dall’associazione Hippo Smile, l’attività del centro OpOpSomarello e il Distretto rurale di economia solidale in Provincia di Pordenone.

Nella prefazione Luigi Cancrini non manca di esprimere gratitudine agli autori del libro “per i loro racconti emozionanti e veri che aprono possibilità nuove a chi si è abituato a utilizzare solo i farmaci e la propria capacità di contatto con il paziente”. Egli sottolinea l’importanza dei percorsi terapeutici con l’asino come “attività che facilita o ripristina i rapporti in cui si realizza l’essere sociale della persona e che gli dà, attraverso di essi, la possibilità di incontrare sé stesso, le sue aspettative e i suoi bisogni, la sua capacità di dare e di ricevere affetto”.

Correda il volume un ricco elenco di strutture che lavorano con gli asini, sia quelle che operano in ambito ludico e ambientale che  quelle attive con percorsi più prettamente terapeutici.

Si riporta il contributo di Alfonso Pascale dal titolo: "Lavorare in rete"

1. Le politiche sanitarie sono molto caute nei confronti delle “terapie verdi”, delle quali si riconosce l’attitudine a produrre benessere nei pazienti ma non a produrre guarigione. Manca, pertanto, in Italia una normativa organica in materia di attività e terapie assistite con animali (Pet Therapy, Ippoterapia ed Onoterapia) e ancor più di terapie associate alle piante (Ortoterapia).

Il Comitato nazionale per la bioetica (CNB) annovera la Pet Therapy fra le “co-terapie”, che si affiancano alle terapie riabilitative accreditate e “che non possono sostituirle in alcun caso”. Secondo il CNB la Pet Therapy “è allo stato attuale in molte sue applicazioni un’ipotesi di lavoro che attende adeguate verifiche con metodologia scientifica”. Per questo essa “merita un sostegno pubblico solo nell’ambito di progetti di ricerca” che vanno peraltro perseguiti al fine di individuare i reali benefici della Pet Therapy per la salute e il benessere umani.

Regioni e Ministero della Salute hanno definito il 6 febbraio 2003 un Accordo in materia di benessere degli animali da compagnia e Pet Therapy demandando alle Regioni l’adozione dei provvedimenti specifici.

L’Accordo è stato recepito da diverse Regioni. Hanno emanato delibere di Giunta la Provincia Autonoma di Bolzano, le Marche, il Molise,   la Campania e il Lazio.

Queste ultime due Regioni hanno anche dato il via a due progetti sulla Pet Therapy. La Regione Campania in convenzione con l’Istituto di Medicina Sociale ha indirizzato la sperimentazione ad alcuni disabili nella sede di Roma dell’Istituto Neurotraumatologico Italiano (INI) e a pazienti in dialisi in un ospedale di Napoli. La Regione Lazio ha invece affidato l’elaborazione di un progetto pilota all’Istituto Zooprofilattico Sperimentale Lazio e Toscana – per le sue competenze in materia di benessere animale - che lo ha definito e presentato alla Giunta regionale il 12 maggio scorso. Ma la Regione ancora non lo ha finanziato.

Le Regioni Emilia Romagna e Veneto hanno invece emanato proprie leggi di attuazione dell’Accordo. La prima si è limitata alla tutela del benessere animale. La Regione Veneto si propone espressamente di promuovere la Pet Therapy e, a questo scopo, prevede la formazione del personale medico e non medico e l’avvio di una fase sperimentale attraverso un progetto pilota che vede coinvolto  l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, l’Azienda ULSS n. 16 di Padova ed il Centro Polifunzionale Istituto Don Calabria di Verona.

E’ da rilevare, poi, il censimento delle iniziative di Pet Therapy che si sta svolgendo in Emilia Romagna, con il coinvolgimento di una struttura nazionale come l’Istituto Superiore di Sanità, assieme alla Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Bologna.

L’ippoterapia e l’onoterapia sono oggetto di due disegni di legge presentati alla Camera nell’attuale legislatura di cui non è ancora iniziata la discussione. Diversi sono anche i disegni di legge regionali come quello della Regione Sardegna (“Interventi per la tutela e la valorizzazione delle specie equine a rischio di estinzione…..”) che introduce, all’art. 4, incentivazioni anche per l’onoterapia e l’ippoterapia.

Misure per  l’ippoterapia e l’onoterapia sono state previste nella normativa di diverse Regioni, spesso nell’ambito della programmazione dei fondi strutturali. 2000-2006. Si possono citare ad esempio la Basilicata (Piano socio-assistenziale), la Campania (Leader Plus,) il Lazio (Leader II 1994-99), la Lombardia (Regolamento regionale per l’agriturismo e Piani socio-assistenziali), le Marche (L.R. 4 giugno 1996 n. 18 per le persone in condizioni di disabilità), il Molise (L.R. 16 aprile 2003, n. 15 sui territori montani),  il Piemonte (finanziamento del progetto “A passo d’asino” con il Parco Naturale Alta Valle Pesio e Tanaro e la Comunità montana locale), la Sicilia (misure attuative del POR), la Toscana (Piano zootecnico regionale e progetto Onoterapia nella Comunità montana dell’Alta Versilia), la Sardegna (nell’ambito di Leader II), la Provincia Autonoma di Trento (nel Piano di sviluppo rurale e nella Legge provinciale per l’agricoltura biologica e l’agriturismo) e l’elenco è certamente approssimato per difetto.

Per quanto riguarda l’alta formazione in Pet Therapy si ricordano i Master che si stanno svolgendo presso le Università di Genova e Perugia, nonché il Master di II livello in Pet Therapy e qualità della vita promosso dalla Scuola superiore di Formazione Rebaudengo, affiliata all’Università Pontificia Salesiana. L’Istituto Zootecnico Sperimentale della Sicilia ha indetto un Corso di I livello sull’onoterapia.

2. Questo pullulare di normative ed iniziative che si prefiggono di incentivare le attività e le terapie assistite dagli animali rischiano però di non produrre alcun effetto pratico (e i relativi finanziamenti pubblici di non essere utilizzati) poiché manca un disegno globale in grado di:

  • collegare un’azione di ricerca e di sperimentazione ad una di definizione di linee guida testate scientificamente e recepite dalla pubblica amministrazione, per fare in modo che queste attività siano svolte fornendo un minimo di garanzie, sul piano scientifico, alle persone che intendono beneficiarne;
  • inserire queste problematiche trasversalmente nelle politiche della salute, della solidarietà sociale, dell’agricoltura, della ricerca, dell’istruzione e nelle norme che regolano l’esercizio delle professioni.

Per ottenere questa trasversalità è necessario però superare la frammentarietà (che non significa non cogliere la differenza, ad esempio, tra l’onoterapia e l’ippoterapia, oppure tra le attività assistite e quelle educative o terapeutiche) e assumere un approccio complesso, che si proponga di dilatare il concetto di sviluppo rurale alla creazione di nuovi modelli di welfare nelle aree rurali e nei rapporti tra aree urbane e territori rurali.

Questo approccio complesso è già oggi terreno di sperimentazione in diverse realtà italiane ed europee. Esso si va definendo a livello teorico attraverso studi e ricerche di rilevanza europea e incomincia ad essere recepito, nell’ambito dell’intervento pubblico, in documenti di programmazione nazionali e regionali.

E’ noto che il mondo rurale è stato da sempre caratterizzato da forme di solidarietà e da valori di reciprocità, gratuità e mutuo aiuto. E’ sufficiente rammentare lo scambio di mano d’opera tra le famiglie agricole nei momenti di punta dei lavori aziendali, la bonifica idraulica, gli usi civici delle popolazioni locali sui terreni di proprietà collettiva, le origini agricole del movimento cooperativo italiano  per farsi un’idea di quanto profondo ed esteso sia nel nostro paese questo radicamento.

Il particolare intreccio che oggettivamente si determina tra la dimensione produttiva, quella relazionale con la natura (animali e piante) e quella familiare e comunitaria ha permesso all’agricoltura di svolgere da sempre una funzione sociale.

Fin dalle loro origini, la reputazione delle diverse comunità rurali si è alimentata anche della  capacità di dare valore e dignità alle persone in condizioni di dipendenza o portatrici di singolari particolarità.

Nelle società rurali le menomazioni mentali erano molto comuni. Basterebbe scorrere i dati dei coscritti non idonei al servizio militare per rendersi conto delle diffuse affezioni presenti nelle campagne dell’Ottocento e della prima metà del Novecento.

Parecchi casi di minorazione erano dovuti ai matrimoni tra parenti stretti, che venivano contratti sia in ossequio al pregiudizio tradizionale che faceva disapprovare la ricerca della sposa fuori della propria comunità, sia a causa dell’isolamento in cui si trovavano le diverse aree rurali. Le persone con disabilità psichiche erano generalmente accudite dalle proprie famiglie e spesso  trovavano nelle medesime  fattorie e nei villaggi rurali mansioni da svolgere.

Con l’inurbamento dei contadini e il loro impiego nel lavoro industriale, s’incominciò anche nelle città a registrare un notevole incremento di persone affette da disturbi mentali. I ritmi e i sistemi assolutamente diversi da quelli del lavoro dei campi causavano assai sovente forme di disagio e di estraneamento ai nuovi abitanti dei centri urbani. Ma non disponendo le città di un’organizzazione degli spazi e dei tempi in grado di includere nel contesto sociale le persone affette da disturbi mentali, erano in molti a varcare i cancelli degli spaventosi cronicari dell’epoca ed a rimanervi reclusi e incatenati per il resto della loro vita.

Laddove si prese coscienza che il disagio mentale era provocato dal passaggio repentino a modelli di vita urbana ed al lavoro industriale, si tentò di rimediare attingendo alle medesime risorse del mondo rurale. Fu questo il caso – tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800 - degli alienati di Gheel, popoloso villaggio del Belgio centrale, ma anche della colonia agricola di Clermont-Ferrand, in Francia, e del Ritiro di York, in Inghilterra. Queste esperienze hanno largamente influenzato il dibattito scientifico sulla salute mentale, ma dall’evidenza empirica della loro efficacia non si sono mai tratte conseguenze operative di vasta portata.

3. Oggi è necessario approcciare il tema partendo dai caratteri dell’agricoltura moderna e della sua nuova funzione sociale. Il processo di industrializzazione dell’agricoltura ha, infatti, dato vita ad una pluralità di modelli produttivi nelle campagne, che vanno da quelli che prevedono la completa integrazione dell’azienda agricola nei sistemi agroindustriali (modelli cosiddetti omologati) a quelli legati a stili aziendali che fanno riferimento al valore dei rapporti familiari e delle reti relazionali locali, alla cultura diffusa nel territorio, a relazioni virtuose con gli animali e con le piante.

Questi ultimi modelli produttivi sono alla base delle aziende multifunzionali. Si tratta di imprese agricole che non producono solo la materia prima per l’industria, ma svolgono anche attività di trasformazione dei prodotti e spesso vendono alimenti di qualità direttamente in azienda o in rapporto coi “gruppi di acquisto solidale”.

In queste imprese sono valorizzate razze autoctone e a rischio di estinzione, come quelle asinine che caratterizzano diversi territori della nostra penisola.

Accanto all’attività produttiva, le suddette aziende forniscono servizi sociali, culturali, educativi e turistici in collaborazione con le scuole e con le strutture socio-sanitarie. In esse gli animali tornano a svolgere, in termini relazionali, i ruoli esercitati nelle società rurali.

Va, infine, sottolineato il rilievo che in queste aziende ha il ruolo delle donne per la loro particolare attitudine alle relazioni informali ed alla spiccata capacità di alternare attività produttiva e attività di cura.

La valorizzazione  di questi modelli dipende, tuttavia, dal riconoscimento di una nuova funzione sociale dell’agricoltura.

Non si tratta più del generico ruolo sociale svolto in passato dall’agricoltura, ma di una funzione di conservazione e riproduzione della biodiversità e del paesaggio.

Il paesaggio non va inteso solo come insieme di bellezze naturali, ma come espressione del patrimonio culturale e naturale dei diversi territori, habitat in cui l’individuo ha la possibilità di realizzare il proprio progetto di autodeterminazione. Una concezione in cui memoria, conoscenza, esperienze riferite alle profonde interrelazioni tra uomo e natura vanno messe a frutto per riprodurre le risorse limitate del pianeta e finalizzarle in modo equo ed efficiente allo sviluppo umano.

In tale quadro riscoprire e rivitalizzare valori immateriali (stili di vita, patrimoni culturali, tradizioni, ecc.), prodotti storicamente dalle comunità rurali e legati all’esistenza di beni relazionali (reciprocità, dono, conoscenza diretta) e non solo alle relazioni di mercato, è decisivo per assicurare durevolezza e autenticità alle risorse collettive da valorizzare nei processi di sviluppo rurale.

Nei processi di rigenerazione dei valori e della cultura rurali un posto rilevante va assegnato alle emozioni ed alle modalità (a volte appropriate, ma spesso inaccettabili) con cui esse sono utilizzate nelle politiche pubbliche, come ci segnala giustamente la filosofa americana Martha Nussbaum.

Così intesa l’agricoltura sociale può aprire  prospettive inedite alla sperimentazione di nuovi modelli di welfare. La possibilità è data dall’esigenza di fronteggiare un punto di debolezza e dall’opportunità di far leva su di un elemento di forza, entrambi presenti nelle campagne. Da una parte, la  riduzione delle risorse pubbliche per assicurare servizi adeguati ai bisogni della popolazione, benché generalizzata, rischia di ripercuotersi con maggiore evidenza nelle aree rurali, dove i costi dei servizi sono più elevati a causa di un insediamento abitativo più rarefatto e di una presenza di anziani più elevata. Dall’altra, sono le stesse aree rurali a presentare potenzialità più corpose per attivare modelli di welfare locale in grado di agire sulle reti tradizionali diffuse di accoglienza, di reciprocità e di mutuo aiuto.

Queste reti spesso sono già abbozzate a livello rudimentale e, dunque, si tratta solo di rivitalizzarle e gestirle in modo imprenditoriale, in forte connessione con le economie locali legate alla domanda di ruralità  che proviene dalle aree urbane come espressione appunto di bisogni profondi, valoriali.

In un siffatto contesto l’agricoltura sociale appare come una innovazione organizzativa che può arrecare vantaggi  in più direzioni: verso il servizio pubblico che risparmierebbe l’investimento sulle strutture; verso le imprese agricole che vedrebbero dilatarsi le opportunità di valorizzare le risorse aziendali; verso le persone “deboli”, a cui si aprirebbero nuovi orizzonti in vista del pieno riconoscimento della propria dignità.

Rafforzare ed espandere le reti relazionali ha, inoltre, una valenza più ampia nel processo di sviluppo rurale perché potrebbe rivelarsi un’operazione cruciale nel determinare la capacità di attrazione e la reputazione dei sistemi locali.

Le aree rurali difficilmente riusciranno ad esprimere tutto il proprio potenziale attrattivo se si limiteranno a valorizzare in modo esclusivamente commerciale le componenti della ruralità – l’offerta turistica, i valori della tipicità – e non punteranno con l’agricoltura sociale a favorire la rigenerazione di valori immateriali che sono alla base della domanda di ruralità.

In questo senso, anche le imprese agricole interessate a strategie più complessive di internazionalizzazione hanno la convenienza a mantenere uno stretto rapporto con il territorio e, dunque, a favorire iniziative di sviluppo sociale per far sì che quel territorio medesimo conservi una sua peculiarità e non diventi uno dei tanti.

4. Come tutti i processi di sviluppo, anche i percorsi di agricoltura sociale hanno bisogno della spinta propulsiva dei saperi e dell’interazione delle diverse forme di conoscenza: scientifica, manageriale, tacita, locale, tradizionale e così via.

Per quanto riguarda le attività di ricerca e di alta formazione sono in atto diverse iniziative:

  • la rete di ricercatori sul tema del green care, finanziata dall’Ue e partecipata da 14 paesi europei tra cui l’Italia;
  • il progetto So Far finanziato dall’Ue nell’ambito del VI programma quadro per la ricerca con l’intento di supportare la formazione di politiche comunitarie sull’agricoltura sociale, articolato in piattaforme nazionali, tra cui quella italiana insediata presso l’Università di Pisa;
  • il Master di primo livello in Agricoltura Etico-Sociale istituito dall’Università degli Studi della Tuscia e i già ricordati Master in Pet Therapy.

La specificità dei percorsi di sviluppo rurale da promuovere – è bene ribadirlo - impone che queste attività si integrino sempre più con la conoscenza tacita e quella tecnica “non esperta”, che si crea attraverso il normale processo di socializzazione e riguarda il modo di interagire delle persone nelle esperienze di AS e nelle reti che si stanno costruendo.

Una rete importante è quella che fa capo allo Sportello informatico promosso da ACLI Terra, ALPA, AIAB, CIA di Roma, CNCA Lazio e Rete Fattorie Sociali e che si avvale della collaborazione dell’Università degli Studi della Tuscia e di altri centri di ricerca e di alta formazione nazionali ed europei (www.fattoriesociali.com).

L’AIAB sta realizzando con un finanziamento del Ministero della Solidarietà Sociale una rete di bio-fattorie sociali, valorizzando il nesso tra biologico e sociale.

La Provincia di Roma ha istituito il Forum per la promozione delle fattorie sociali che vede la partecipazione di decine di soggetti coinvolti in iniziative di agricoltura sociale. La Provincia di Pordenone ha recentemente seguito l’esempio romano ed ha promosso un analogo Forum delle Fattorie Sociali.

I partecipanti al Master e diplomati in agricoltura etico-sociale animano un blog (Il Lombrico Sociale) per scambiarsi esperienze e tenersi una finestra sempre aperta, uno spazio di informazione e confronto sul mondo dell'agricoltura sociale.

L’ARSIA, che è l’Agenzia della Regione Toscana per lo sviluppo e l’innovazione in agricoltura, ha da qualche anno avviato una interessante attività di animazione e di coordinamento delle esperienze di agricoltura sociale nel territorio regionale. Presso l’ARSIAL, che è l’analoga Agenzia della Regione Lazio, sta per avviarsi un programma di attività di ricognizione delle realtà di agricoltura sociale e di formazione per facilitatori e progettisti di iniziative di AS.

Infine, l’INEA sta predisponendo le Linee guida “Promuovere la responsabilità sociale delle imprese agricole e agroalimentari”, come primo tentativo di applicazione delle teorie sulla RSI – fatte proprie dall’UE - al settore agroalimentare italiano.

Fare interagire il sistema della conoscenza con le esperienze di agricoltura sociale è fondamentale per sviluppare nuove iniziative. L’organizzazione di un sistema di regole volte a garantire il funzionamento di un vero e proprio nuovo modello di welfare locale deve porsi l’obiettivo di stimolare l’interesse dei singoli e di proteggerne gli aspetti motivazionali ed etici, evitando l’adozione di schemi procedurali rigidi e di cadere nella semplice monetizzazione dei servizi resi.

L’istituzionalizzazione delle pratiche di agricoltura sociale, se può consentire di rafforzare un sentiero di lavoro interessante e utile per la società, può allo stesso tempo – se non gestito con attenzione – svuotare di significato le iniziative in atto e snaturare gli elementi di reciprocità e di dono che sono alla base delle scelte di gran parte degli operatori che operano in questo campo.

Da qui l’opportunità di costruire un dialogo attento tra operatori sociali pubblici, del privato sociale e operatori agricoli, capace di sviluppare comprensione, ed evitare tanto le paure della  privatizzazione dei servizi alla persona da parte del soggetto pubblico, quanto quelle della pesantezza dei vincoli istituzionali da parte dei privati.

5. L’agricoltura sociale ha trovato una sua prima sommaria definizione, come specifica area di intervento delle politiche pubbliche, nella nuova programmazione dello sviluppo rurale.

Nel Piano Strategico Nazionale (PSN) 2007-2013  essa è annoverata fra le “azioni chiave” dell’Asse III, relativo al miglioramento della qualità della vita ed alla diversificazione dell’economia rurale, con riferimento ad entrambi gli obiettivi prioritari.

Alla luce di queste indicazioni si possono trarre alcune conseguenze di non poco conto. In primo luogo, il richiamo alle imprese non solo agricole ma anche a quelle di servizi e all’utilizzo dei processi produttivi e delle attività che in esse hanno luogo per soddisfare molteplici bisogni sociali permette di ritenere comprese nell’agricoltura sociale tutte quelle esperienze in cui le attività agricole e quelle ad esse connesse di trasformazione e commercializzazione dei prodotti, di servizi educativi, ambientali, culturali e turistici sono condotte con il proposito di generare benefici inclusivi per fasce di popolazione svantaggiate e/o a rischio di marginalizzazione.

Inoltre, l’aver collegato le prospettive dell’agricoltura sociale sia alla finalità di una migliore attrattività sociale ed economica che al traguardo di più ampie opportunità di lavoro e di reddito nelle aree rurali, fa sì che questo specifico percorso di sviluppo rurale si possa considerare, insieme, una peculiare declinazione della multifunzionalità dell’azienda agricola ed un perno decisivo della sperimentazione di nuovi e più efficaci modelli di welfare in grado di valorizzare il capitale sociale dei territori rurali.

Il sostegno allo sviluppo dell’agricoltura sociale si configura, pertanto, come un’azione chiave per raggiungere almeno tre obiettivi di fondo:

a) accrescere la competitività delle aziende agricole, mediante una diversificazione ulteriore dei servizi erogati;

b) migliorare l’attrattività delle aree rurali, riducendone la marginalizzazione attraverso il rafforzamento delle reti locali di protezione sociale;

c) rendere concrete e realizzabili le pari opportunità per le persone svantaggiate, mediante azioni positive fondate sull’autodeterminazione dell’individuo, la giustizia sociale e la tutela della dignità umana.

Si tratta di un’azione che per conseguire effettivi risultati dovrà necessariamente far leva sia sulle Misure dei Programmi di Sviluppo Rurale (PSR), sia su politiche di altri settori, a partire dai Programmi Operativi Regionali  (POR) relativi alle politiche regionali e di coesione.

È dunque l’approccio integrato – che la gran parte delle Regioni intende privilegiare nella nuova programmazione per una molteplicità di obiettivi - quello che può permettere di sviluppare l’agricoltura sociale: dal dialogo tra le rappresentanze delle strutture agricole e rurali e quelle delle strutture sociali e sanitarie alla costruzione di partenariati pubblico-privati, espressione di soggetti sociali e di istituzioni che operano nell’ambito di politiche settoriali diverse.