Per una CARTA dei VALORI e dei PRINCIPI dell'AGRICOLTURA SOCIALE

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Rete Fattorie Sociali

Verso la Comunità di Pratiche Italiana dell’Agricoltura Sociale

Contributo della Rete Fattorie Sociali per una

CARTA dei VALORI e dei PRINCIPI dell’AGRICOLTURA SOCIALE

 

Il presente documento vuole essere un contributo che la Rete Fattorie Sociali offre al dibattito in vista della Comunità di Pratiche Italiana dell’Agricoltura Sociale. Le assise si svolgeranno nel prossimo autunno a Roma, così come convenuto a conclusione del Convegno svoltosi a Firenze il 29 maggio 2009 per iniziativa dell’ARSIA Toscana. Le modalità dell’evento saranno definite dal costituendo Comitato Promotore aperto a tutti coloro che intendono contribuire alla realizzazione dell’iniziativa.

Campagne che coltivano valori

L’Agricoltura Sociale (AS) trova il proprio fondamento nei valori e nei principi della Carta costituzionale e, in particolare, nell’art. 3 che impone alla Repubblica di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese e nell’art. 44 che finalizza l’intervento pubblico in agricoltura alla cura della qualità del territorio e al perseguimento della giustizia sociale. Il suo valore etico si iscrive, pertanto, nel carattere universalistico dei diritti umani fondamentali e, in particolare, di quelli riferiti all’inclusione sociale di tutti senza distinzione alcuna e all’accesso equo alle risorse della Terra, ora e in futuro, per fare in modo che ognuno sia libero di poter contribuire al bene comune.

Le campagne contemporanee portano il segno di due recenti fratture: quella ambientale, provocata dagli effetti negativi dell’agricoltura intensiva, e quella territoriale, dovuta all’eccessiva specializzazione produttiva che ha determinato ulteriori e più profondi divari tra le zone pianeggianti e le zone interne di collina e di montagna. Sicché, paradossalmente, fattori che hanno consentito l’immenso successo della modernizzazione agricola, come l'uso della chimica per accrescere la fertilità dei suoli e ottenere cibi più sicuri e l’inserimento in sistemi di relazioni industriali e di mercato, si rivelano, nel tempo, cause formidabili di degradazione della stoffa stessa dello sviluppo agricolo.

Rotture siffatte rischiano di assecondare un progressivo distacco tra l’agricoltura e il suo fondamento etico, costituito dal principio dell’uso delle risorse per la piena realizzazione della persona umana, come dimostra in modo inequivocabile il nuovo ed esecrabile volto assunto dal caporalato, manifestatosi nella forma di vero e proprio schiavismo.

Accanto a realtà caratterizzate da fenomeni negativi, sono presenti in modo diffuso campagne che coltivano e riproducono valori, come le esperienze e i progetti di AS che promuovono inclusione sociale e lavorativa e servizi educativi, terapeutici e riabilitativi. L’inserimento lavorativo in agricoltura può riguardare persone con disabilità, ex tossicodipendenti, ex detenuti, disoccupati di lungo periodo, giovani con difficoltà nell’apprendimento o nell’organizzare la loro rete di relazioni, ecc. e si ottiene sia attraverso l’assunzione in imprese già esistenti, sia mediante percorsi di autoimprenditorialità. D’altro canto, i servizi terapeutici, riabilitativi e di inclusione sociale 1 mediante l’utilizzo di pratiche agricole possono interessare soggetti con disabilità gravi, anziani, malati terminali, donne che hanno subito violenza, extracomunitari, ecc. e sono erogati da aziende, enti pubblici, fondazioni, onlus e in generale da strutture che dispongono di risorse agricole. Per quanto riguarda, infine, i servizi educativi, vanno considerate le attività rivolte alla fascia di età prescolare mediante l’istituzione di agrinidi e quelle orientate a supportare l’integrazione di alunni svantaggiati nelle scuole di ogni ordine e grado. Tali servizi rappresentano il naturale completamento dei percorsi formativi già largamente sperimentati con le fattorie didattiche.

Percorsi siffatti si realizzano anche sui terreni confiscati alle mafie, come dimostrano le esperienze di “Libera Terra”, che sfidano con coraggio le organizzazioni malavitose nel cuore dei loro stessi “possedimenti” e contendono a queste il controllo del territorio e dell’economia locale.

Le pratiche di AS sono, pertanto, caratterizzate da una pluralità di modelli organizzativi che dipendono dalle differenti motivazioni etiche ed economiche alla base delle singole iniziative; dalla varietà di figure sociali, competenze e risorse coinvolte e dalla molteplicità dei sistemi territoriali e delle forme di possesso della terra, dalla proprietà privata a quella pubblica e collettiva. È per questo motivo che le sue forme di rappresentanza sono le reti di persone e di organizzazioni, che adottano il principio della democrazia partecipativa e danno vita, mediante percorsi condivisi, a reti sempre più ampie, come le comunità di pratiche a livello nazionale ed europeo.

Persone che con l’attività agricola vogliono dare un senso alle proprie capacità

Le persone interessate all’AS sono innanzitutto coloro che presentano bisogni speciali, cioè problematiche sanitarie o difficoltà sociali di particolare gravità, e le cui necessità sono spesso rappresentate da associazioni di familiari. Vi sono poi coloro che provengono anch’essi da ambiti lontani dall’agricoltura e che trovano le loro motivazioni profonde nel disagio provocato dagli aspetti quantitativi, standardizzati e consumistici del modello di sviluppo della società contemporanea e, quindi, nel bisogno di sperimentare nuove forme di vita, di produzione e di consumo per dare un senso alla propria esistenza. Mostrano, inoltre, attenzione all’AS persone che hanno perduto il lavoro in forma continuativa e sicura o che lo mantengono in condizioni precarie e nelle attività agricole trovano un modo per integrare il reddito. Si tratta di soggetti che in alcuni casi già operano in associazioni, cooperative o altri enti ed hanno la disponibilità di terreni per svolgere attività agricole. Molto spesso si trovano però soltanto nella fase iniziale dell’elaborazione del loro progetto di vita e ricercano aree agricole di proprietà privata, pubblica o collettiva da affittare o collaborazioni con aziende agricole già attive per poter avviare nuove iniziative.

In definitiva, a guardare all’AS con particolare coinvolgimento, sono principalmente le persone provate da varie forme di svantaggio o disagio che nelle attività agricole intravedono una chance per dare un significato alla propria vita e un senso alle proprie capacità.

All’AS sono, peraltro, ultimamente sempre più interessati quei produttori agricoli per lo più “biologici” e che già svolgono attività diversificate nell’ambito dell’agriturismo e dei servizi legati al mondo della scuola. E ad essa incominciano a mostrare attenzione anche altri soggetti agricoli, soprattutto giovani, con redditi misti e in possesso di strutture spesso di piccole dimensioni, i quali, spinti dalla globalizzazione ad abbandonare modelli produttivi eccessivamente specializzati perché 2 non premiati dai mercati, sono indotti, per integrare il reddito, a sperimentare l’agricoltura ecocompatibile, multifunzionale e di prossimità.

A guidare i nuovi processi sono soprattutto le donne in quanto portatrici di una capacità di inventare le risorse e valutare in modo attento e duttile le opportunità. Un’attitudine acquisita nella società rurale, quando l’assolvimento di ruoli sostitutivi di quelli maschili, ritenuti irrilevanti nell’assetto formale del sistema che all’epoca vigeva, permetteva loro di saggiare continuamente le innovazioni e di introdurle informalmente e senza contraccolpi.

Un’opportunità per le aziende agricole e per i territori rurali

L’AS affonda le sue radici nei valori di solidarietà e di mutuo aiuto che da sempre hanno caratterizzato il mondo rurale. Il particolare intreccio che si determina tra la dimensione produttiva, quella relazionale con le piante e con gli animali e quella familiare e comunitaria ha permesso all’agricoltura di svolgere da tempi remoti una funzione sociale. Nel mondo contadino, qualunque persona, indipendentemente dalla propria condizione fisica o psichica, trovava sempre una mansione da svolgere. E questo accadeva perché quel gruppo sociale era pervaso da un profondo senso della propria dignità, in quanto individui e come ceto, a cui si legavano i valori di reciprocità, gratuità e mutuo aiuto.

La storia delle campagne italiane è costellata di una miriade di pratiche comunitarie, che riguardano il “prendersi cura” delle persone. E’ sufficiente rammentarne alcune: la molteplicità dei riti di ospitalità nei confronti soprattutto dei più indigenti; il vegliare nelle serate invernali stando tutti insieme per educarsi reciprocamente alla socialità e permettere agli anziani di trasmettere ai giovani la memoria, i saperi e quei valori essenziali per dare un senso alla vita; lo scambio di mano d’opera tra le famiglie agricole nei momenti di punta dei lavori aziendali; i sistemi di regolazione del possesso aventi un’implicita tendenza verso la distribuzione egualitaria delle risorse, a partire dagli usi civici delle popolazioni locali sui terreni di proprietà collettiva; le società di mutuo soccorso e le associazioni locali, diffuse soprattutto nel Mezzogiorno rurale, come le chiese ricettizie, le confraternite, i monti frumentari, i monti di pietà; le forme cooperativistiche sorte tra i braccianti padani, che hanno segnato il movimento cooperativo in Italia come l’unico in Europa ad avere origini agricole.

Bastano già questi esempi per farsi un’idea di quanto profonde ed estese fossero le reti informali di relazioni intessute dalle comunità rurali. La novità consiste oggi nel fatto che queste attività solidali vengono realizzate in modo esplicito e consapevole in strutture che utilizzano processi produttivi agricoli e operano in reti relazionali preesistenti nelle campagne e all’uopo rivitalizzate. Come i prodotti tipici della nostra tradizione enogastronomica, anch’esse andrebbero considerate “tradizioni innovative”, "beni tradizionali ben riusciti", "pratiche solidali d'eccellenza", poiché potrebbero proficuamente accrescere l’attrattività e la competitività dei territori rurali.

La peculiarità di tali pratiche è nell’intimo intreccio tra il servizio sociale e l’esercizio dell’attività agricola, poiché detto servizio esplica la sua efficacia solo se la persona a cui è diretto viene pienamente coinvolta in un processo produttivo agricolo. Le potenzialità ancora latenti dell’AS potranno, dunque, ulteriormente manifestarsi man mano che si recupereranno modalità di produzione scartate con la modernizzazione dell’agricoltura, in quanto ritenute inadeguate in una mera logica di efficienza economica, e che però risultano del tutto efficaci per consentire alle persone con determinati svantaggi o particolari disagi di svolgere meglio e pienamente le attività agricole.

Le prospettive dell’AS sono affidate essenzialmente a due condizioni: la prima riguarda la possibilità di salvaguardare il ruolo delle attività produttive agricole come lievito dello sviluppo rurale ed essenziale collante dei principali ingredienti dello sviluppo locale, che sono natura, cultura, storia e legami sociali; l’altra concerne la capacità di far emergere tutto il potenziale di utilità sociale dell’agricoltura.

La dimensione sociale non pregiudica affatto le performance economiche delle aziende impegnate nell’AS, anzi costituisce un’opportunità per migliorarle grazie soprattutto alla diversificazione dei mercati dei prodotti agricoli. Poiché le fattorie sociali per loro natura sono strategicamente orientate verso comportamenti coerenti con la sostenibilità ambientale e la giustizia sociale come due facce della stessa medaglia, esse sono fortemente interessate a seguire specifici e formalizzati percorsi aziendali e territoriali di Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), fondati sull’inclusione sociale e lavorativa di persone in situazioni di svantaggio o di disagio, sul rispetto delle norme contrattuali e di sicurezza dei luoghi di lavoro, sulla valorizzazione di nuovi profili professionali, sull’adozione di processi agricoli integrati o improntati al metodo dell’agricoltura biologica, che permetterebbero di accrescere la capacità di valorizzare i beni e i servizi prodotti dalle aziende agricole e la competitività dei territori rurali in cui esse operano.

Una modalità per creare un nuovo nesso tra sviluppo e protezione sociale nelle aree rurali

La crisi economica che stiamo vivendo è la più grave dal dopoguerra e trova le sue origini in un sistema economico mondiale privo di un’etica dei limiti. In Italia, si intreccia con scompensi profondi nel sistema di Welfare, che sembra non rispondere più alle esigenze della popolazione. Cresce, infatti, il numero dei poveri e il confine tra povertà e ceto medio si assottiglia. Inoltre, la concentrazione di anziani va di pari passo con la povertà. Si è, in sostanza, acuita ultimamente una grande questione sociale con risvolti molto rilevanti nell’evoluzione della nuova ruralità.

La maggior parte delle città italiane, soprattutto quelle più grandi, è infatti diventata meta di un’ulteriore ondata di immigrazione dalle aree più periferiche delle singole Regioni e dell’Italia, nonché dai Paesi in via di sviluppo. Se è la miseria a motivare principalmente la fuga dai Paesi poveri, sono soprattutto la mancanza di lavoro e l’erosione della rete dei servizi di prossimità a provocare l’abbandono delle nostre aree con problemi di sviluppo. Nelle aree rurali più interne del nostro Paese, il fenomeno dell’invecchiamento che interessa tutta la società si sta accompagnando a quello dello spopolamento. Da una parte, infatti, la concentrazione di anziani ha fatto aumentare la richiesta di servizi sanitari e cure mediche; dall’altra, l’inadeguatezza delle strutture ospedaliere collocate nelle aree rurali fa sì che la popolazione locale tenda a migrare verso i centri urbani per accedere a servizi sanitari di qualità. Sicché migliaia di piccoli comuni delle aree più interne dell’Appennino rischiano di estinguersi. E questo processo di spopolamento sta comportando anche l’abbandono di vaste estensioni di aree agricole coltivate.

Le continue riforme della PAC hanno modificato radicalmente l’impianto precedente, ma si sono rivelate insufficienti a determinare da sole lo sviluppo delle aree rurali, in mancanza di un profondo riadeguamento delle politiche sociali e di una effettiva integrazione delle diverse politiche di sviluppo e coesione. Se da una parte le risorse destinate agli aiuti al reddito vengono giustamente trasferite allo sviluppo rurale, dall’altra non si rafforzano le reti di protezione sociale nelle zone interne e nel Mezzogiorno.

Sicché le condizioni di vita delle campagne sono ulteriormente peggiorate ed è ripreso l’esodo a ritmi più sostenuti verso le aree periurbane, dove non si addensano più soltanto le villettopoli dei ricchi e i tuguri degli immigrati stranieri e dei nomadi, ma anche le abitazioni a più basso costo delle persone che rifuggono l’impazzimento delle città e dei nuovi poveri, cioè i disoccupati di lungo periodo e coloro che pur lavorando saltuariamente hanno perduto le protezioni che permettevano loro di assicurarsi l’indipendenza economica e sociale.

L’AS potrebbe contribuire a frenare l’esodo dalle aree periferiche e migliorare la qualità della vita delle aree periurbane se fosse riconosciuta come una modalità per creare un nuovo nesso tra sviluppo e protezione sociale nelle aree rurali. Si tratterebbe, da una parte, di riconoscere e promuovere modi di produrre nelle campagne in grado di generare contestualmente beni alimentari, collettivi e relazionali e, dall’altra, di saper cogliere e strutturare la domanda latente di servizi sociali proveniente dalle comunità nei confronti delle risorse agricole che né lo Stato né il mercato sono in grado di mobilitare.

I principi di una politica per l’AS

1. Una politica per l’AS andrebbe incentrata innanzitutto sul riconoscimento delle specificità e della pari dignità di tutte le esperienze in cui le pratiche agricole sono utilizzate in percorsi di inclusione sociale e lavorativa o nell’ambito di servizi educativi, terapeutici e riabilitativi, indipendentemente se ad attivare tali esperienze sia un’azienda agricola. Tutti i soggetti dell’AS andrebbero pertanto considerati attori, con pari dignità rispetto ad altri protagonisti, delle reti territoriali dei servizi sociali e della progettazione integrata dello sviluppo locale. In tal modo, la sua natura peculiare di attività produttiva e al tempo stesso sociale permetterebbe all’AS di inserirsi pienamente in una visione del Welfare non più concepito in modo assistenziale, come mera azione riparatoria degli squilibri e delle inefficienze sociali dello sviluppo, ma in una visione nuova e moderna, che pone al centro il diritto del cittadino alla responsabilità e alla partecipazione e individua gli interventi sociali come azioni di sviluppo volte ad accrescere le capacità e l’autonomia delle persone. L’AS potrebbe così diventare parte attiva dell’Economia Civile e Solidale, al cui irrobustimento dovrebbe concorrere sempre più, insieme al Terzo Settore, anche l’imprenditoria privata socialmente responsabile.

2. Una politica per l’AS si dovrebbe fondare sul rafforzamento e sull’integrazione di diverse politiche a partire da quelle europee di sviluppo e coesione. La politica di sviluppo rurale andrebbe ampliata ulteriormente con il trasferimento di più cospicue risorse dal primo al secondo pilastro della PAC e rendendo più cogente la progettazione integrata; mentre l’operatività del Fondo Sociale Europeo andrebbe estesa alla costruzione delle reti territoriali dei servizi sociali. Sul piano delle politiche interne, le azioni per l’AS dovrebbero essere inserite contestualmente sia nelle politiche agricole, così come si è incominciato a fare nella quasi totalità delle Regioni con la recente programmazione dello sviluppo rurale, che in quelle per la salute, i servizi sociali, l’istruzione e il lavoro. Inoltre, andrebbe definito un sistema di regole per connettere gli strumenti di programmazione, come i progetti integrati, i piani di azione locale, i piani di distretto e i piani di assetto delle aree protette, coi piani sociali di zona e con gli strumenti di pianificazione territoriale, dai piani strategici ai piani regolatori generali e a quelli generali provinciali di coordinamento. Attivando norme siffatte si potranno superare regolamentazioni del tutto scollegate tra loro e spesso contraddittorie, che impediscono di fatto una riorganizzazione sostenibile delle nuove funzioni delle campagne. Sarebbe, infine, necessario incentivare le pratiche di progettazione integrata territoriale, da accompagnare attivando veri processi partecipativi di autoapprendimento collettivo, con partenariati che non siano luoghi di mediazione tra istituzioni e organizzazioni di rappresentanza, ma sedi dove si creano visioni comuni circa l’evoluzione di un territorio e si facilita il reale coinvolgimento dei soggetti deboli alle scelte che li riguardano. Solo nel contesto di tali strumenti è infatti possibile promuovere l’AS, la quale richiede un grande sforzo di coinvolgimento e integrazione di competenze, enti gestori dei diversi servizi, differenti professionalità.

3. U na politica per l’AS richiederebbe la costituzione di una task force presso la Rete Rurale Nazionale con il coinvolgimento delle Regioni, dei Ministeri interessati e delle reti di AS. Tale struttura dovrebbe avere i seguenti compiti: a) elaborare e monitorare le informazioni sulla presenza e sullo sviluppo delle attività di AS nel territorio nazionale, anche al fine di facilitare la diffusione delle buone pratiche; b) raccogliere e valutare in modo coordinato le ricerche concernenti l’efficacia delle pratiche di AS ai fini del loro inserimento nella rete dei servizi territoriali; c) sviluppare azioni di informazione, formazione e animazione territoriale finalizzate al supporto delle iniziative delle Regioni e dei sistemi territoriali anche in collaborazione con strutture pubbliche e private che hanno cumulato esperienze. In tale quadro, andrebbero promosse sul territorio attività di ricerca volte a conseguire nuove e migliori conoscenze sui meccanismi di funzionamento delle pratiche di AS con metodologie interdisciplinari, multiattoriali e partecipative. Si tratta di coinvolgere il sistema della ricerca e dell’alta formazione e il patrimonio di conoscenza tecnica e contestuale dei diversi territori nei campi delle terapie con le piante e con gli animali e della medicina, dell’inclusione sociale e delle terapie occupazionali, dell’agricoltura e della formazione, delle ricadute economiche delle pratiche per le componenti pubbliche e private e degli strumenti di politica.

4. Una politica per l’AS richiederebbe un’attenzione particolare alla tutela e al governo del territorio. Bisognerebbe non considerare più l’urbano e l’agricolo separati, come è proprio della vecchia concezione produttivistica del territorio agricolo, ma assumere anche nella disciplina urbanistica la moderna visione della ruralità intesa come integrazione tra città e campagna e tra agricoltura ed altri settori. Si tratterebbe, in sostanza, di riconoscere il pluralismo dei soggetti sociali delle campagne e di salvaguardare le nuove vocazionalità agricole con criteri da intendere come “giusta misura” in cui la generazione attuale garantisce le aspettative di quelle future. Andrebbe, inoltre, preclusa la vendita delle aree agricole di proprietà pubblica, disponendo l’assegnazione in affitto di tali beni, con evidenza pubblica, ad aggregazioni imprenditoriali che realizzino progetti di valorizzazione delle produzioni di qualità e di fornitura di servizi al territorio e garantendo la priorità ad iniziative di AS. Bisognerebbe, infine, trasformare gli antichi diritti di uso civico in opportunità, per i cittadini che si aggregano in strutture imprenditoriali agricole, di partecipare a bandi per l’assegnazione di terreni di proprietà collettiva da utilizzare per finalità di interesse sociale.

Le sfide del futuro

Le sfide che l’AS ha dinanzi a sé nei prossimi anni stanno nella disponibilità dei soggetti che in essa sono coinvolti ad esprimere una forte capacità progettuale nell’ambito dei processi partecipativi che essi stessi riusciranno ad attivare, nonché nella capacità dello Stato, delle Regioni e degli Enti Locali di collaborare per integrare le diverse politiche che si devono attuare nei territori. Non è un percorso semplice perché richiede un salto di qualità della classe dirigente a tutti i livelli, in quanto la difficoltà risiede soprattutto nel fatto che i differenti settori dell’amministrazione pubblica, a cui fanno capo le politiche, e i diversi ambiti in cui si dividono gli operatori, non sono avvezzi a dialogare.

Nel Mezzogiorno la sfida è ancor più impegnativa perché le istituzioni pubbliche locali tendono più che altrove ad autoriprodursi così come sono, resistendo a qualsiasi riforma volta alla semplificazione delle procedure, all’efficienza della pubblica amministrazione e alla meritocrazia. E’ per questo motivo che, soprattutto nelle realtà meridionali ma non solo in esse, occorrerebbe alimentare una forte iniziativa per eliminare quella rete di privilegi, parassitismi e illegalità, che da un lato comprime lo spirito civico, dall’altro ostacola il dinamismo economico e sociale. In tal modo si potrebbe finalmente affermare dappertutto una concezione dello sviluppo locale in cui la qualità sociale è prerequisito della capacità di attrazione e della reputazione di sistemi territoriali sostenibili e competitivi.

28 maggio 2009